Radici che attraversano il mare: chi parte e chi torna a Villa Franca Tirrena
Photo: Sicilian village returning emigrants summer reunion seaside, via cdn.images.express.co.uk
C'è un momento preciso dell'estate in cui Villa Franca Tirrena sembra respirare in modo diverso. Le strade si riempiono di facce che non si vedono da mesi, a volte da anni. Si sentono accenti misti, un italiano che porta dentro di sé tracce di altre lingue — un po' di tedesco, qualche inflessione svizzera, l'eco di certi quartieri di Buenos Aires o di Melbourne. Sono i figli della diaspora. Sono quelli che partirono, o i figli di quelli che partirono, e che adesso tornano.
Questo borgo affacciato sul Tirreno conosce bene il sapore della partenza. Come tanti centri della Sicilia settentrionale, Villa Franca Tirrena ha visto generazioni intere salire su treni, traghetti e poi aerei, dirette verso il Nord Italia, verso la Germania, verso le Americhe. Ma conosce anche — e forse ancora meglio — il sapore del ritorno.
Partire non significa dimenticare
Giuseppina ha settantadue anni e vive a Stoccarda da quando ne aveva ventidue. Torna ogni agosto, e ogni agosto fa la stessa cosa: scende dal pullman alla fermata principale, si ferma un secondo con gli occhi chiusi, poi li riapre e sorride. «Sento l'odore del mare ancora prima di vederlo», dice. «In Germania non ho mai trovato quell'odore. Ho cercato, credetemi».
Lei è una di quelle persone che hanno costruito una vita altrove senza mai davvero smettere di vivere qui. La casa di famiglia è ancora in piedi, tenuta in ordine dalla sorella che non è mai partita. Il dialetto lo parla ancora, mescolato a qualche parola tedesca che entra di soppiatto nella conversazione. I suoi figli, nati a Stoccarda, capiscono il siciliano ma faticano a parlarlo. I nipoti lo ascoltano come si ascolta una musica antica: con rispetto e una certa distanza.
Storie come quella di Giuseppina si moltiplicano lungo le vie del paese. Ogni famiglia ha il suo ramo che ha messo radici altrove, e ogni estate quei rami tornano a toccare il tronco originario.
Nuovi occhi su un borgo antico
Ciò che rende questi ritorni particolarmente interessanti — e in un certo senso preziosi per Villa Franca Tirrena — è la prospettiva che chi torna porta con sé. Dopo anni passati fuori, si vedono cose che chi è rimasto ha smesso di notare.
Marco, quarantaquattro anni, vive a Toronto da quasi vent'anni. Lavora nel settore dell'architettura e ogni volta che torna guarda il paese con occhi professionali ma anche profondamente affettivi. «Ci sono angoli qui che in Canada varrebbero una fortuna», dice, indicando una scalinata in pietra lavica che scende verso il porto. «Non dico che bisogna trasformare tutto in un museo, ma certe cose andrebbero protette meglio, valorizzate».
La sua non è una critica sterile. È il contributo di chi ha visto come funzionano altri posti, come si racconta un territorio, come si costruisce un'identità turistica senza snaturare l'anima di un luogo. E a Villa Franca Tirrena, voci come quella di Marco stanno iniziando a trovare ascolto.
I ponti invisibili della diaspora
Non è solo una questione sentimentale. La diaspora siciliana — e quella di Villa Franca Tirrena in particolare — ha costruito nel tempo una rete di relazioni, di scambi, di connessioni che attraversano i continenti. Ci sono associazioni di emigrati siciliani in Argentina, in Australia, in Svizzera, in Canada, che mantengono vivo il legame con i paesi d'origine attraverso feste, ricette, dialetti tramandati di generazione in generazione.
Queste reti hanno un valore che va oltre il folklore. Rappresentano potenziali canali di promozione turistica, di investimento, di scambio culturale. Quando un nipote di emigranti cresciuto a Melbourne decide di passare le vacanze a Villa Franca Tirrena invece che alle Maldive, sta compiendo un atto che ha radici profonde e conseguenze concrete per l'economia locale.
Alcuni di questi ritorni si trasformano in qualcosa di più permanente. Giovanna, cinquantasei anni, ha trascorso trent'anni a Milano prima di decidere di tornare. «Avevo raggiunto quello che volevo raggiungere», racconta. «E a un certo punto ho capito che quello che volevo davvero era il mare di qui, la luce di qui, il modo in cui la gente si saluta per strada». Oggi gestisce un piccolo affittacamere e organizza esperienze per visitatori stranieri, molti dei quali arrivano proprio attraverso il passaparola della diaspora.
Identità in movimento
Chi studia le migrazioni sa che l'identità di chi parte non rimane mai uguale a sé stessa. Si trasforma, si ibrida, assorbe elementi nuovi senza per questo perdere il filo con le origini. E quando questi individui tornano, portano con sé questa identità composita, che inevitabilmente entra in dialogo — a volte in attrito — con quella di chi è rimasto.
A Villa Franca Tirrena questo dialogo si vede nelle feste patronali, dove accanto alle tradizioni più antiche compaiono elementi nuovi introdotti da chi è tornato. Si sente nelle conversazioni al bar, dove le storie di altri paesi si mescolano con le preoccupazioni quotidiane del borgo. Si assapora persino a tavola, dove qualcuno ha portato una tecnica di cottura imparata altrove e l'ha applicata a ingredienti locali, creando qualcosa di inedito.
Non è sempre un processo facile o privo di tensioni. Chi è rimasto a volte guarda con una certa diffidenza chi torna con idee nuove. Chi torna a volte fatica a riconoscere il paese che aveva in mente. Ma è proprio da questo attrito creativo che nasce qualcosa di vitale.
Il borgo che accoglie e che trasforma
Villa Franca Tirrena non è solo uno sfondo passivo di queste storie. È un luogo che partecipa attivamente alla costruzione di questi legami, che li accoglie e in qualche modo li plasma. Il mare, le strade, i profumi, i sapori — tutto questo fa parte di un sistema di richiamo potentissimo che non perde la sua forza con la distanza e con il tempo.
Anzi, la distanza spesso amplifica questo richiamo. Ci sono persone che hanno passato decenni a costruirsi una vita altrove e che, a un certo punto, sentono che quella vita non sarebbe stata possibile senza questo luogo come punto di partenza e di riferimento.
Forse è proprio questo il regalo più grande che Villa Franca Tirrena fa a chi è cresciuto qui: la capacità di tornare. Non solo fisicamente, ma nella memoria, nei gesti, nei sapori che si cercano anche quando si è lontani. E ogni volta che qualcuno torna — con la valigia, con i ricordi, con le storie di un'altra vita vissuta altrove — il borgo diventa un po' più grande, un po' più ricco, un po' più connesso con il resto del mondo.