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Radici di pietra lavica e sale marino: il ritorno dei vignaioli eroici sul Tirreno siciliano

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Radici di pietra lavica e sale marino: il ritorno dei vignaioli eroici sul Tirreno siciliano

Photo: sicilian vineyard terraced hillside overlooking tyrrhenian sea sunset, via c8.alamy.com

C'è un momento, verso il tramonto, in cui le vigne di Villa Franca Tirrena sembrano quasi sospese tra due mondi. Da un lato il profilo irregolare delle colline, dall'altro il Tirreno che cambia colore ogni cinque minuti — dal cobalto all'arancio bruciato. In mezzo, filari stretti e ordinati che crescono su terrazzamenti costruiti da mani di generazioni lontane. Coltivare qui non è mai stato semplice. Eppure qualcuno ha deciso di ricominciare, e lo ha fatto con una determinazione che sorprende.

Una viticoltura che non si arrende

Parlare di vigneti eroici in Sicilia non è una metafora. Il termine tecnico si applica a quei vigneti con pendenze superiori al trenta per cento, dove la meccanizzazione è praticamente impossibile e ogni operazione — dalla potatura alla vendemmia — si fa a mano, spesso su terreni che sfidano l'equilibrio. A Villa Franca Tirrena, alcune di queste parcelle si trovano a pochi chilometri dal mare, in una posizione che crea un microclima davvero particolare.

L'aria salmastra che risale dal Tirreno la mattina incontra il calore delle rocce e la brezza che scende dai rilievi interni nel pomeriggio. Questo continuo scambio termico rallenta la maturazione delle uve, allunga la stagione vegetativa e permette di conservare un'acidità naturale che in molte zone della Sicilia va perduta sotto il sole di agosto. Il risultato sono vini con una freschezza inaspettata, capaci di raccontare un territorio che spesso i circuiti enologici principali non hanno ancora scoperto davvero.

I vitigni ritrovati

Uno degli aspetti più affascinanti di questo piccolo movimento vinicolo locale è il recupero di varietà quasi scomparse. Tra i produttori che abbiamo incontrato, più di uno ha parlato di vecchie vigne abbandonate nei decenni del boom industriale, quando il lavoro nei centri urbani sembrava più promettente della fatica dei campi.

"Mio nonno aveva smesso di vendemmiare quelle piante negli anni Settanta", racconta uno dei vignaioli più giovani della zona, che ha ereditato un piccolo appezzamento e ha scelto di non venderlo. "Quando sono tornato a lavorarci, ho trovato ceppi di Nerello Cappuccio e di Catarratto che nessuno sapeva più nominare. Ho impiegato due anni solo per capire cosa avevo tra le mani."

Il Nerello Cappuccio, parente meno celebre del Nerello Mascalese etneo, qui trova un'espressione diversa: meno tannico, più rotondo, con sentori di ciliegia selvatica e un finale che porta con sé qualcosa di iodato, quasi marino. Il Catarratto, vitigno bianco autoctono siciliano per eccellenza, sulle colline tirreniche produce una versione più tesa e minerale rispetto alle interpretazioni delle zone più interne dell'isola.

Ma ci sono anche sorprese meno note: qualcuno ha ritrovato vecchie marze di Lucignola, un vitigno locale di cui si parla nei documenti storici del Settecento e che sembrava perduto per sempre. La vinificazione è ancora sperimentale, le bottiglie poche centinaia, ma il potenziale ha già attirato l'attenzione di qualche enologo curioso.

Sostenibilità come scelta e non come moda

Quel che colpisce, parlando con questi produttori, è che la scelta biologica o biodinamica non nasce da una tendenza di mercato. Nasce da una necessità pratica e da un rispetto genuino per il suolo.

"Se lavori una vigna in pendenza senza chimica, stai proteggendo anche il mare sotto di te", spiega una produttrice che gestisce da sola quattro ettari con l'aiuto stagionale di qualche familiare. "Ogni cosa che metti in terra qui finisce prima o poi in acqua. Non puoi fare finta di non saperlo."

Questo approccio si traduce in pratiche concrete: inerbimento dei filari per contenere l'erosione, uso di rame e zolfo dosato con attenzione, nessun diserbo chimico, vendemmia rigorosamente manuale. I costi sono più alti, le rese più basse, ma la qualità finale giustifica una scelta che, a sentire chi la fa, non è neanche in discussione.

Il Tirreno come ingrediente segreto

C'è un elemento che torna in ogni conversazione con i vignaioli di Villa Franca Tirrena: il mare. Non solo come paesaggio, ma come presenza attiva nel processo di crescita delle viti.

L'aerosol marino che si deposita sulle foglie nelle mattine di bonaccia, la nebbia salata che avvolge i grappoli nelle notti di scirocco leggero, l'umidità che il Tirreno restituisce nei periodi di siccità — tutto questo lascia una traccia nel vino. Alcuni la chiamano mineralità, altri la descrivono come una "nota di mare" che non si riesce a spiegare ma si riconosce subito al naso.

Gli enologi che hanno avuto modo di assaggiare queste produzioni parlano di una firma territoriale molto precisa, difficile da replicare altrove. È quella combinazione di altitudine contenuta, esposizione al Tirreno e varietà autoctone a creare qualcosa che appartiene solo a questo angolo di Sicilia.

Restare, una scelta tutt'altro che ovvia

Dietro ogni bottiglia prodotta sulle colline di Villa Franca Tirrena c'è una storia di resistenza silenziosa. Restare in un territorio difficile, scegliere un lavoro fisico e incerto, investire su varietà che il mercato non conosce ancora — non sono decisioni facili, soprattutto quando si è giovani e il mondo offre alternative più comode.

Eppure qualcosa trattiene queste persone. Forse è il legame con la terra dei nonni. Forse è la consapevolezza di fare qualcosa di irripetibile, qualcosa che se non lo fai tu non lo farà nessun altro. O forse è più semplice di così: il piacere di lavorare ogni giorno con il Tirreno davanti agli occhi, sapendo che quello che produci porta con sé un po' di quel paesaggio.

"Quando apro una bottiglia di due anni fa e sento ancora il mare", dice uno dei vignaioli più anziani che abbiamo incontrato, con un sorriso che non ha bisogno di spiegazioni, "capisco perché non sono mai andato via."

Se passate da Villa Franca Tirrena, chiedete di questi vini. Non li troverete sugli scaffali dei supermercati, ma li troverete nelle cantine di chi li ha fatti — e quella è sempre la degustazione migliore.

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